CORAGGIO

di Vincenzo Bombardieri

Vittorio Zito, in questi giorni di uscita dalla cattività  imposta dalla pandemia,  ci ha invitati ad un percorso di riflessione, una sorta  di purificazione attraverso il pensiero, per immaginare il futuro in chiave riformista. Provo a tornare su alcuni fotogrammi di questi mesi per riflettere su alcune parole che possono, a mio giudizio, indicarci la strada del futuro.

Il primo fotogramma ritrae un gatto, un bellissimo gatto tigrato grigio e nero che nei giorni del culmine della pandemia, uno degli ultimi del mese di marzo, in una serata freddissima mi aspettava nel piazzale di uno dei bar più frequentati del mio paese. Ero uscito per qualche minuto, pieno di timori, per andare a ritirare alcune fondamentali medicine in farmacia. Svoltato l’angolo l’ho visto tranquillo e fiero che, da solo, occupava uno spazio che fino a qualche giorno prima era stato di esclusiva appartenenza del genere umano, presso il quale sarebbe stato inimmaginabile vedere un gatto dominare la scena.

Se ne stava seduto, vicino ad un ciuffo d’erba spuntato in messo alla “fuga” dei mattoni che pavimentano la piazza, e mi guardava stupito, quasi chiedendosi cosa ci facessi io in quel luogo, e non ha pensato in alcun modo di alzarsi ed andarsene, di scappare, come solo qualche giorno prima avrebbe fatto, perché, credo, era ormai abituato a vivere senza vedere in quel luogo me o altri appartenenti al mio genere, quello umano.

Ho pensato allora a quanto poco basti perché il mondo, la nostra terra e tutte le creature che in essa vivono si possano abituare a vivere senza di noi, o con minori dosi di noi, e a quanto, in fondo, questa nuova situazione possa, in definitiva, giovare al nostro pianeta e al nostro futuro. E’ la stessa sensazione che, credo, in molti abbiano provato guardando le immagini dei canali di Venezia, con la loro acqua cristallina dentro la quale si vedevano nuotare meduse blu e saltellare pesci di mille colori. O quella provata alla vista delle immagini di quei piccoli paesi di montagna nelle cui strade hanno ricominciato ad apparire, indisturbate, famigliole di cervi, o ancora quelle delle anatre selvatiche che nuotavano nella fontana di Piazza di Spagna a Roma. Era la natura che si riappropriava dei suoi spazi e, in definitiva, ci ricordava che, nonostante la nostra potenza, le nostre mirabolanti invenzioni, i nostri progressi ed il nostro straordinario sviluppo, noi, il nostro genere, gli uomini e le donne, siamo parte di un condominio, siamo solo ospiti di questo pianeta.

Non appartengo alla schiera dei complottisti, o degli “velavevodettisti”, due categorie che in questi giorni di pandemia hanno avuto uno spazio e un credito inaspettato. In questi mesi costoro, a volte in modo fondato, ci hanno ricordato come il diffondersi di una grave malattia sia in definitiva un fatto naturale, e quanto su questi fenomeni possa aver inciso una gestione dissennata delle risorse naturali, una visione dello sviluppo improntata esclusivamente sul profitto e sul massimo sfruttamento di quelle risorse, senza in alcun modo riflettere sulla necessità della conservazione di quei beni.

Credo, però, che una cosa sia certa, e cioè che nel lessico del “dopo” si possa partire con la parola sostenibilità. La limitatezza delle risorse naturali, la loro consumabilità, le risposte, anche dure e drammatiche che la natura sa dare alla spregiudicatezza del genere umano costituiscono, a pensarci bene, uno straordinario fattore di equalizzazione e di livellamento tra gli uomini.
Di fronte ai grandi eventi naturali non esistono differenze economiche, non ci sono più ricchi e poveri o, meglio, siamo tutti poveri.

Una famosa canzone rivoluzionaria “Guantanamera” in uno dei suoi versi più belli dice “con los pobres de la tierra yo quiero mi suerte echar” che vuol dire “con i poveri della terra voglio condividere il mio destino”. Allora faremmo bene, per il dopo, a ripensare allo sviluppo nella prospettiva dei “poveri della terra”. Non si tratta, credo, del semplice anelito pauperista di un vecchio cattocomunista ormai superato dai tempi. Si tratta, invece, di leggere il futuro in una prospettiva non asfittica, sapendo che una mentalità orientata alla tutela e valorizzazione dell’ambiente è in grado oggi di mobilitare una quantità inimmaginabile di risorse. Perché sviluppo sostenibile è studio, ricerca, formazione, mobilitazione di nuove tecnologie, investimento di capitali, inventiva, immaginazione, fantasia, bellezza, nuove tecnologie, in definitiva futuro.

Se qualcuno mi proponesse di scommettere un euro sulla nostra migliore possibilità di ripartenza, lo punterei tutto su questo. A partire, ovviamente, dalla nostra terra, l’Italia e in essa la Calabria. Ciò che alcuni amministratori illuminati hanno fatto nella direzione della conservazione della bellezza del nostro ambiente, nell’organizzazione dei servizi ad esso connessi, nella valorizzazione delle risorse ambientali, in chiave di sviluppo sostenibile, è ancora una piccola, piccolissima parte di quello che si può e si deve fare, ed oggi ne abbiamo la concreta possibilita’.

Il secondo fotogramma mi ricorda le immagini di alcuni tra i più importanti leader del mondo ed il loro modo di affrontare nelle prime battute l’imminente pericolo della malattia. Una reazione che ci è sembrata francamente irresponsabile, fondata sulla cultura che appena pochi mesi fa appariva dominare la scena delle nuove tendenze politiche e che oggi mi sembra lontana numerose ere geologiche: il cosiddetto sovranismo.

E’ un’orribile espressione, con la quale si cerca (a mio giudizio invano) di nobilitare  e tradurre in termini civili il populismo, l’egoismo, il qualunquismo, l’ignoranza delle lezioni che nei secoli la storia ha saputo darci. Qualcuno ha creduto di potersi salvare da solo. Salvarsi non solo dalla pandemia, ma anche dalle inevitabili conseguenze economiche che da essa sono derivate.  Salvarsi insistendo sulla strada del protezionismo, dei dazi, della paura del diverso, del “prima gli italiani”, uno slogan che declinato in una prospettiva globale si traduce in “prima gli austriaci”, gli olandesi, o i brasiliani o, infine, in “America first” e così via, in una logica di egoismo nei rapporti economici e sociali.

Ed invece il messaggio che questa dura vicenda ci ha consegnato è quello dell’unità e della responsabilità. Lo stesso “lock down”, la chiusura che i nostri dirigenti hanno imposto, non è stato fondato su un messaggio di esclusione e di solo distacco, ma su un richiamo alla responsabilità, alla necessità di stare lontani per preservare noi stessi ma soprattutto per difendere gli altri, in  modo particolare le persone più deboli e indifese della società.

Sotto il profilo dei rapporti tra i popoli e in particolare nella prospettiva a noi più vicina,  cioè quella dell’Europa, la pandemia ha contribuito a realizzare un sogno che solo qualche mese fa pareva impossibile. La consapevolezza degli Stati e delle Istituzioni europee della necessità che occorra inaugurare una nuova stagione di solidarietà ed unità è andata via via crescendo, man mano che cresceva la gravità dell’epidemia che ha investito il mondo. E così dalla prima disastrosa dichiarazione di completo disimpegno di Cristine Lagarde, Presidente della BCE, si è passati all’immediata sospensione dei vincoli di Maastricht relativamente alla possibilità di operare in deficit oltre il 3%, sino alla proposta del recovery fund,  che è veramente uno straordinario passo in avanti nella concezione dell’Europa cui nessuno osava pensare, almeno nel breve periodo. La sua novità consiste nell’assunzione collettiva, da parte degli Stati che compongono l’Unione, della responsabilità per il finanziamento della ripresa, con la realizzazione di un impegno che è impegno di tutti. E’ l’Europa delle burocrazie che, a piccoli passi, mostra di poter divenire l’Europa dei popoli cui per tanto tempo abbiamo aspirato. Credo che su questa strada occorra proseguire nella coscienza che, come abbiamo appreso da questa vicenda, nessuno si salva da solo.

Si apre dunque una stagione di grande novità nella quale le opportunità saranno straordinarie. Una nuova stagione keynesiana di investimenti, basti pensare che in Italia, calcolando gli stanziamenti delle manovre nazionali e quelli dei sostegni comunitari potranno essere investiti in due anni oltre 300 miliardi di euro.

Di fronte a questi passi avanti abbiamo però il dovere di individuare con chiarezza gli obiettivi e guardare con sincerità ai nostri difetti, cercando di isolarli e proponendoci di dare soluzioni. Occorre, in sostanza, una politica che sappia guardare con autorevolezza al futuro.

Se qualcuno mi chiedesse da dove partire proporrei di iniziare dalla struttura burocratica del nostro Paese. A questo proposito vorrei proporre un esempio mutuato dalla scienza medica. Il cuore del nostro paese risiede nella capacità di innovazione delle nostre giovani start up, nella perizia degli artigiani, nella cultura dei nostri produttori, nella passione dei nostri agricoltori e allevatori, nella fantasia dei nostri stilisti, nella bellezza dei nostri tesori naturali, artistici e architettonici, nella mitezza del nostro clima. Quello, a mio giudizio, è un cuore sano e vitale, che può certamente assicurarci ancora tanta vita. Ciò che non funziona è l’apparato circolatorio, quell’insieme di tubi e tubicini che consentono al sangue di realizzare il percorso di andata e ritorno verso gli organi vitali. Quell’apparato in Italia è vecchio, ammalato, ha perso la sua elasticità, in alcuni tratti è completamente ostruito, e ciò impedisce al cuore di pompare il sangue a pieno regime e, alla lunga potrebbe condurci ad un esito infausto.

Occorre ringiovanire quell’apparato, renderlo più efficiente, farlo capace di adottare decisioni, renderlo nuovamente elastico, liberarlo dalla paura della responsabilità, impedendo che si nasconda dietro l’ottusa tendenza all’eccesso di procedimentalizzazione. Occorre in sostanza curare l’apparato che consente il movimento vitale del sangue,  per curare il cuore del nostro paese. Questa penso sia una delle sfide fondamentali della politica oggi. Sapere individuare la cura ed imporla con coraggio, nella coscienza che scegliere l’impegno politico nel tempo corrente significa, più di quanto avvenuto in passato, accettare una missione.

Chiudo con un pensiero per la nuova generazione. Vi hanno detto che “andrà tutto bene”. Questo non sempre è vero, perché la vita è diversa ed è fatta di gioia e di sofferenza, di sacrificio e di risultati, di straordinarie vittorie e di avvilenti sconfitte. Nessuno potrà evitarvi la malinconia di un amore perduto o il dolore lancinante della perdita di un genitore o, quando sarete grandi, la preoccupazione per il futuro di un figlio. Come nessuno potrà togliervi la bellezza della scoperta dell’amore o la gioia della nascita di un figlio.

Dentro quell’”Andrà tutto bene” c’è tuttavia, nascosta, una parola fondamentale che credo ci debba sempre accompagnare: la speranza. Quella parola non è, non deve essere solo un vuoto espediente retorico per chiudere in bellezza un discorso. La speranza è qualcosa che ci chiama, che ci interroga e ci sfida, che ci chiede un impegno, una passione, che ci chiede di operare al massimo delle nostre possibilità, studiando, formandoci, sacrificandoci quando è necessario.

Un bellissimo film di formazione di Giovanni Veronesi “Che ne sarà di noi”,  racconta la storia del viaggio su un’isola greca del duodecanneso di tre ragazzi italiani all’indomani dell’esame di maturità. Nella notte di San Lorenzo uno dei protagonisti al cadere di una stella esprime il suo desiderio: ”Voglio comandare la mia vita, voglio avere coraggio: ecco cosa desidero, coraggio!”.

Così: andrà tutto bene, se sapremo coltivare la speranza e soprattutto se avremo coraggio!