MIGRANTI

Il nuovo testo del Decreto Sicurezza ha riacceso la discussione attorno al fenomeno della immigrazione nel nostro Paese. Dalla lettura del Decreto è evidente la volontà di intervenire per sanare o limitare gli effetti negativi, per certi versi devastanti, del Decreto Salvini, e non vi è dubbio che le nuove norme vanno in questa direzione.

Tuttavia ciò che si pone in pericolosa continuità con le norme approvate dal Governo Conte I è un approccio culturale che rischia, ancora una volta, di mettere in piedi uno strumento normativo che si preoccupa non tanto di governare un fenomeno che è strutturale  e che ci accompagnerà ancora a lungo, quanto di contenere paure e tensioni che fanno sentire come contrapposti e non conciliabili gli interessi degli italiani e i diritti dei migranti.

La riforma delle leggi sulla immigrazione, piuttosto che mettere ancora in evidenza la tutela della sicurezza come contrapposizione al dovere di accoglienza, avrebbe potuto essere uno straordinario momento per dire finalmente alcune verità che da qui, dal Porto delle Grazie di Roccella Ionica, appaiono chiare ed evidenti, e che proverò ad sintetizzare.

Da oltre 20 anni il dato più incontestabile, tra tutti quelli relativi alle migrazioni, è che nessun intervento normativo e nessuna politica ha potuto impedire i movimenti di quanti attraversano il Mediterraneo per cercare in Europa un’opportunità per migliorare il proprio futuro o per cercare semplicemente la vita. La retorica dei porti chiusi, dei muri di confine, dei fili spinati vale il tempo di vincere –  a volte –  le elezioni, ma poi si dissolve in ciò che è: pura demagogia e illusione.

Una altro dato incontestabile è che un fenomeno che dura da 20 anni non possa essere considerato una emergenza, ma un  fenomeno, come dicevo, strutturale, che abbisogna di strumenti costanti di presidio e governo e non, come è avvenuto fino ad oggi, di interventi che somigliano più a spot elettorali (sia a destra che a sinistra) utili solo a sollecitare le contrapposizioni o a minimizzare – e a volte ridicolizzare –  il disagio e le paure.

Ancora è incontestabile che i numeri del fenomeno richiamano a tutto fuorché che all’immagine della emergenza, dell’invasione. Se è vero che su cento persone residenti nel nostro Paese, circa nove sono di origine straniera, alcune ricerche sul campo hanno messo in luce il fatto che gli italiani pensano che la quota di stranieri che vivono nel nostro Paese arrivi al 31%. Bisogna chiedersi il perchè perché la paura e il disagio causino questa distorsione, e riportare la discussione sui binari della verità.

La questione vera è che se non si governa un fenomeno strutturale e lo si lascia senza norme certe o con norme che producono effetti contrari a quelli auspicati, alcuni suoi aspetti possono diventare emergenziali, trascinando in questa dimensione l’intera percezione che del fenomeno si ha.

Come sta avvenendo con gli sbarchi di migranti sulle nostre coste,  un pezzo del fenomeno che, mal gestito e organizzato, rischia di divenitare emergenza.

E’ del tutto evidente che se potesse vivere bene nella propria terra, nessun uomo e nessuna donna, nessun ragazzo o addirittura bambino salirebbe su un barcone. E allora, la prima cosa da chiedersi è perché si parte.

Sono migliaia le pagine di indagine pubblicate sulle cause del fenomeno migratorio negli ultimi 10 anni. Lo scorso luglio su “La Stampa” è stato pubblicato un articolo che riprendeva la distinzione proposta dal Think Thank Tortuga, e che si fonda sul binomio “per aspirazione” e “per disperazione”. La verità, cruda e semplice, è che si parte dalla propria terra – oggi come 50, 100 o 500 anni fa –  solo per due semplici motivi.

Oggi chi emigra “per aspirazione” lo fa per motivi di lavoro e studio, ricongiungimento familiare o residenza elettiva; insomma, per cercare un futuro migliore. Come succedeva agli Italiani fino alla metà del secolo scorso, che in massa andavano nelle Americhe a cercare un futuro migliore. Chi emigra “per disperazione” lo fa invece per una sola ragione: sopravvivere. Perché è in fuga da guerre o terrorismo, da persecuzioni o da carestie.

E qui a Roccella lo vediamo subito chi emigra per disperazione. Perché se succede, come domenica notte, che dal barcone scende una madre con il figlio di 48 giorni, lo capisci subito il perché ci sono saliti su quel barcone. Qui, al Porto delle Grazie arrivano per la stragrande maggioranza migranti per disperazione provenienti dalle zone di guerra del Medio Oriente (Afghanistan, Iraq, Siria, Iran).

Ma un dato sorprendete del rapporto citato nell’articolo de “La Stampa”, è che l’80% dei migranti sono migranti per aspirazione e solo il 20% migra per disperazione. E di fronte a questo scenario l’intervento dei Governi negli ultimi 15 anni è stato concentrato esclusivamente sulla garanzia del pieno rispetto del diritto di asilo,  e ancora oggi in Italia non esiste alcuna norma che disciplini le modalità di richiesta e la concessione di permessi di soggiorno adeguati alle necessità di chi emigra per aspirazione. In Italia si entra solo per concessione dello status di rifugiato o per concessione di protezione umanitaria. Quell’80% di migranti che chiede di poter tentare un percorso di vita migliore, non ha oggi alcuna possibilità di entrare sul nostro territorio in maniera legittima.

Qualcuno potrebbe obiettare che qui da noi in Italia non c’è spazio per i migranti per aspirazione. Ma i dati delle organizzazioni produttive e i dati Istat sull’invecchiamento della popolazione in Italia ci dicono l’esatto contrario.

Ciò che succede, la realtà dei fatti, è che i comparti produttivi nazionali richiedono manodopera, la richiesta non è soddisfatta dalla offerta interna e necessita di lavoratori stranieri, ci sono migliaia e migliaia di lavoratori stranieri che vorrebbero lavorare in Italia, ma questo è impedito dalle norme. Una pura follia.

Potrebbe esistere una strada diversa? Secondo i dati forniti dal Viminale, i migranti nell’ultimo anno hanno una prevalenza di nazionalità tunisina (34,3%); seguono il Bangladesh con l’11,9%, la Costa d’Avorio con il 7,2%, l’Algeria con il 6%, il Pakistan con il 4,3%. Sono tutti Stati con i quali l’Italia ha rapporti diplomatici e presso i quali ci sono le nostre ambasciate. Se ci fosse un sistema legale di accesso al mondo del lavoro per stranieri, la domanda di lavoro potrebbe essere gestita presso quelle ambasciate, offrendo ai migranti per aspirazione percorsi legali di entrata in Italia.

Così agendo si avrebbe che chi emigra per disperazione riuscirebbe ad avere nel più breve tempo possibile, come è etico e giusto che sia, riconosciuto il diritto alla protezione.  Si limiterebbe alla radice il numero di quanti, di fronte alle possibilità date dal nostro Paese, sceglierebbero comunque di percorrere la via della clandestinità. E tutto ciò, con ogni probabilità, consentirebbe di gestire meglio i percorsi di integrazione, contrastando la nascita e la crescita di quei dei fenomeni di disagio sociale che scatenano le guerre tra gli ultimi e i penultimi della nostra società.

Tornando alla distonia tra realtà e percezione, sia il Decreto Salvini che il Decreto approvato gli scorsi giorni si concentrano molto sul ruolo delle ONG nella gestione delle operazioni di salvataggio e soccorso in mare. Qualsiasi italiano è stato convinto dalla retorica politica di contrapposizione che ruota attorno alle azioni delle ONG, che la quasi totalità degli arrivi via mare in Italia sia dovuto a quelli che Di Maio definiva Taxi del mare.

In un anno gli sbarchi di migranti sulle nostre coste, dall’1 agosto 2019 al 31 luglio 2020, sono stati 21.618. in questo periodo si sono avuti 5.271 soccorsi nella cosiddetta zona SAR, di cui 4.066 da parte delle ONG. Mentre gli sbarchi autonomi sono stati 16.347. Per dirla diversamente, ogni 100 migranti giunti via mare, 76 arrivano sui barchini in modo autonomo, 19 sono soccorsi in modo organizzato dalle ONG e 6 sono soccorsi in modo organizzato dalla Guardia Costiera o da altre autorità marittime.

Di fronte a questi numeri è del tutto evidente che ciò andrebbe governato non è il rapporto con le ONG, ma la gestione degli sbarchi autonomi.

Quello che succede qui, al Porto delle Grazie e in decine e decine di altri porti tra Calabria, Puglia e Sicilia è la parte più consistente del fenomeno “arrivi di migranti dal mare” ed è la parte che paradossalmente è meno normata e assistita. E il nuovo Decreto Sicurezza nulla dice a riguardo, mentre, soprattutto in un periodo particolarissimo come quello che stiamo vivendo a causa della pandemia da COVID 19, tantissimo avrebbe dovuto dire e normare.

Da qui, da Roccella, ciò che appare urgente fare è adeguare la normativa e il sistema di accoglienza alla realtà del fenomeno. Disciplinando con certezza e puntualità le modalità di primo soccorso agli sbarchi autonomi, di gestione delle procedure di quarantena, di avvio al sistema di prima e seconda accoglienza.

Da qui, da Roccella, appare chiaro che ciò che è stato fatto negli ultimi 20 anni sull’onda delle ideologie non ha in alcun modo tutelato ne gli interessi degli italiani ne tantomeno i diritti dei migranti.

Da qui, da Roccella, sembra che sia venuto il momento di prendere atto della realtà, di riflettere, e avere il coraggio di proporre vie nuove, diverse, coraggiose e difficili.

Questo, da qui, da Roccella, ci si attendeva dal Governo nazionale.