DOPO E’ ORA!

C’è una frase che in questi giorni così duri e inattesi sentiamo continuamente riecheggiare nelle nostre discussioni, nei talk in tv, nei servizi dei tg, sulle pagine dei giornali e dei social.

“Nulla sarà come prima”.

E’ lo specchio di una consapevolezza collettiva sull’impatto straordinario che questa esperienza che stiamo vivendo, così forte e intensa, ha avuto e avrà sul modo stesso di intendere la nostra vita.

L’inaspettata quantità di tempo che questi giorni ci hanno messo a disposizione, ci ha spinto e ci spinge a riflettere sulla dimensione personale del nostro “dopo”. Ad ognuno di noi è capitato di pensare a quanto siamo cambiati, a come questa esperienza ci ha cambiati. A come sia cresciuta in noi la voglia di stare di più in famiglia, di rallentare un po’, di vivere in modo più intenso rapporti umani che avevamo messo da parte. Ci siamo sorpresi per come i nostri occhi hanno guardato il vicino di casa che salutavamo per dovere, ma che in questi giorni è stato l’unico simile con cui poter parlare dal nostro balcone.

In questi giorni abbiamo anche imparato a fare cose che ci sembravano impossibili o inutili. Costretti dal virus abbiamo dovuto imparare ad utilizzare i canali web per accedere ai servizi della Pubblica Amministrazione o della nostra Banca. Erano lì anche prima, ma per noia e per una innata sfiducia nei confronti del nuovo, non li avevamo mai usati. E abbiamo scoperto che funzionano ed è semplice usarli, più di quanto immaginassimo. E che ci risolvono un sacco di problemi, per cui li useremo anche dopo.

Il nostro lavoro è diventato agile, e “Smart Working” è un termine ormai di uso corrente. Non un anno fa, ma qualche mese fa, erano per noi termini senza significato. Chi sta lavorando da casa sta pensando: “non è male, chissà se potrò farlo anche dopo”. E la cosa straordinaria è che anche i datori di lavoro pensano lo stesso, perché hanno scoperto che quello che si diceva – che lo Smart Working non abbassa ma alza la produttività – è vero.

I nostri figli torneranno in aula, ma la loro scuola sta già pensando di non abbandonare completamente l’utilizzo delle piattaforme di formazione a distanza. Che esistevano prima, ma che non aveva mai usato perché “snaturano il rapporto alunno/docente” e perché poi “dietro lo schermo i ragazzi possono distrarsi a piacimento”. E invece le lezioni di questi giorni fatte “in remoto” non hanno allontanato i docenti dagli alunni e si è capito che dietro lo schermo i ragazzi stanno attenti come e forse di più che a scuola.

Molto altro, dopo, accadrà nelle nostre vite. E non solo perché sarà il virus a farlo accadere, ma perché saremo noi, anche quando il virus non ci sarà più, a volere che accada.

E’ vero, profondamente vero: dopo questa esperienza, nulla nella nostra vita sarà come prima.

Ma la dimensione del cambiamento epocale che il dopo porterà con sé non è solo personale. C’è anche una dimensione per così dire collettiva del “dopo nulla sarà come prima”, una dimensione chiara a tutti noi.

Nulla sarà come prima nei valori su cui fondiamo il nostro patto sociale, il nostro stare insieme come comunità. Potremo, dopo l’esperienza dirompente di questi mesi, non porci il problema della tutela dell’esercizio di diritti  minimi di cittadinanza? Avremo la capacità di comprendere che la sicurezza sociale dipende dalla cura che abbiamo dei più deboli e non dalla capacità di erigere muri e fili spinati per la tutela dei più forti?

Comprenderemo che gli spazi pubblici li difendiamo vivendoli e non chiudendoci in casa e declinando la nostra sicurezza solo in termini di vigilanza e repressione? Saremo capaci di guardare con senso del ridicolo a chi dovesse riproporci le ronde padane? Comprenderemo l’importanza della cultura, dello studio, della competenza per il progresso della nostra società?

Mi chiedo se finalmente riusciremo a capire il perché nessuno dei ricoverati per Covid 19 ha chiesto a chi lo stava curando, a chi aveva la sua vita nelle mani, se fosse italiano o straniero, cattolico o musulmano, eterosessuale o gay, meridionale o settentrionale, quale fosse il colore della sua pelle sotto la tuta, chiedendo solo che fosse un medico competente, che facesse bene il suo lavoro. E se finalmente capiremo quanto il dovere, il senso del dovere a cui siamo stati chiamati da questi giorni, debba avere, nel nostro patto sociale, pari forza della richiesta e della difesa dei nostri diritti.

Nulla sarà come prima in economia. Possiamo dubitare del fatto che la centralità della finanza nella produzione di ricchezza sarà messa in discussione, e la produzione, intesa però in nuove declinazioni di beni e servizi, riprenderà la centralità persa nel tempo? Qualcuno di noi può pensare che nel dibattito economico non assumerà rilievo il ragionare attorno a nuovi e diversi modelli di distribuzione della ricchezza e a traiettorie di sviluppo che siano assolutamente eco sostenibili? O che non si metteranno in discussione modelli che si interessano solo di crescita e produzione di ricchezza per misurare il benessere di una comunità?

Nulla sarà come prima nel lavoro. Può il dibattito sindacale non confrontarsi con la modernità che è così prepotentemente entrata nella organizzazione del lavoro e non porsi il problema del passaggio culturale da un sindacato che tutela il lavoratore ad un sindacato che tutela il lavoro, ogni forma di lavoro? Un passaggio culturale stimolante, che traguarda nuovi, attuali e stimolanti orizzonti di impegno e lotta. E per questo mi chiedo se potremmo ancora permettere organizzazioni sindacali in cui la maggior parte degli iscritti è pensionato.

Nulla sarà come prima negli organismi istituzionali che governano la nostra vita di cittadini: potranno i nostri Comuni, la Regione, la stessa Amministrazione centrale non adeguare i propri modelli organizzativi e di azione e farsi trovare impreparati all’appuntamento con la Storia, alle nuove ed epocali responsabilità che verranno dalla costruzione della ripresa economica del nostro Paese?

E nulla sarà come prima in politica. Soprattutto in politica. Perché ad essa spetterà il compito, come sempre è avvenuto nella Storia, di guidare il cambiamento che ci attende. Perché la politica, e solo la politica, potrà e dovrà disegnare e governare il futuro delle nostre comunità, occuparsi del “dopo” collettivo.

Una similitudine molto usata in questo periodo riporta all’immagine del COVID – 19 come una sorta di buco nero, qualcosa capace di risucchiare dentro di sé tutto ciò che gira attorno alla nostra vita: il nostro tempo, le nostre certezze, la nostra organizzazione sociale, la nostra stessa esistenza.

C’è però un aspetto molto affascinante nella teoria dei buchi neri: la rivoluzione del concetto di tempo, che rende possibile una sorta di inversione per la quale dentro il buco nero esiste ciò che deve ancora accadere, ed è quindi possibile vedere prima il futuro. In questo senso questa drammatica esperienza può essere un buco nero, perché dentro di essa possiamo leggere le tracce del dopo, del futuro. Ecco perché per la politica i tempi che stiamo vivendo possono essere fecondi più che mai, una occasione straordinaria per prepararsi e preparare il futuro.

Dopo, nulla sarà come prima, dunque. Ma quando è tempo di occuparsi del dopo?

90 anni fa, il 30 ottobre 1930, un giovane professore di Diritto ed Economia stava tenendo la sua quotidiana lezione all’Istituto Vittorio Emanuele II di Bergamo quando due agenti in borghese dell’OVRA, la polizia segreta fascista, lo arrestarono davanti ai suoi alunni. Era un  convinto militante antifascista e per questo fu poi condannato a 20 anni di carcere.  Qualche anno prima, nel 1927, a Milano era stato arrestato,  per la sua attività antifascista, il segretario interregionale della Federazione Giovanile Comunista. Aveva 20 anni e fu condannato a sedici anni e otto mesi di carcere.

Erano Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Si ritrovarono poi nel 1941 a scontare insieme un periodo di esilio nell’isola di Ventotene.

Ora, immaginiamoli lì, su quell’isola, quando fuori tutto poteva indurli a pensare a un loro futuro di “perdenti” perché oppositori della trionfante cultura nazifascista. Ebbene proprio lì, in quei momenti, loro videro in quel buco nero che era la seconda guerra mondiale, il futuro. E iniziarono a pensare al dopo. Pensavano ad una Europa diversa e migliore, e misero nero su bianco quella loro idea in quel “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”, che noi conosciamo come il “Manifesto di Ventotene”.

Chi crede nella funzione straordinaria che la politica deve esercitare nella costruzione del nostro futuro dopo questi tempi così drammaticamente intensi, ha il dovere di occuparsi ora del dopo. Perché il tempo di occuparsi del dopo è prima che esso accada.

Per questo nasce questo blog, perché dopo è ora. L’ho pensato, parlando in questi giorni con altri amici, come una sorta di “circolo” virtuale. Un luogo di incontro, confronto e discussione sui temi che la politica, ai suoi diversi livelli, sarà chiamata ad  affrontare nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Uno spazio che ospita al suo interno, con cadenza non predeterminata, riflessioni su temi che la cronaca di questi giorni ci stimolerà. Un luogo di discussione che, proprio perché politico, non può e non vuole essere neutrale, ma dichiara subito la prospettiva di lettura del futuro che vuole proporre: una prospettiva riformista, capace di offrire una lettura moderna della realtà politica, sociale ed economica italiana che avremo davanti dopo questa vicenda epocale.

Non so quanto durerà e a cosa porterà, né credo sia necessario porsi orizzonti. Ogni cammino inizia con un primo passo e ciò che vorrei è che questo blog possa contribuire a recuperare una dimensione culturale nel confronto politico anche, e soprattutto, nel nostro territorio e nella nostra regione.

Dopo nulla sarà come prima, ma dopo è ora.

Benvenuti!

Scritto da Vittorio Zito

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