ACCOGLIERE

di Vincenzo Gugliotta

Riflettevo, in questi giorni così concitati, sulla forza espressiva di una asserzione come “DOPO È ORA”. Penso sia la raffigurazione di ciò che, nel corso degli anni, si è costruito nella comunità roccellese.

Ogni amministratore, ogni sindaco, ogni cittadino spera di poter lasciare qualcosa a quello che sarà il “futuro”. Ai giovani, per intenderci. Ma pochi, pochissimi, investono per garantire loro gli strumenti per apprendere, studiare, dare continuità al tutto e trasmettere i valori cardine che hanno indirizzato il loro operato.

Diciamo che si tende, purtroppo, a separare le due sfere. Il DOPO e l’ORA, riprendendo il nome della iniziativa lanciata da questo blog.

Nel DOPO, i giovani, vengono visti come la classe dirigente del futuro, ma li si separa, a volte anche platealmente (in molti contesti, analizzando le liste elettorali, è difficile trovare un candidato sotto i 40 anni), dall’ORA, dal presente.

Per capire come questa riflessione sia affiorata proprio in questi giorni c’è bisogno di raccontare ciò che è avvenuto nella nostra cittadina.

Venerdì 10 luglio, in una calda sera di luglio, 70 migranti, su una piccola barca a vela, sono giunti, scortati dalle autorità marittime, nel nostro porto. Non è stato il primo sbarco e non sarà neanche l’ultimo, vista la posizione strategica del porto di Roccella tanto a livello turistico quanto all’interno di questo enorme sistema dei flussi migratori mediterranei.

Di questi 70, una parte è risultata positiva al Covid-19, il virus che, negli ultimi 6 mesi, ha messo in ginocchio i maggiori Paesi del mondo.

Secondo una specifica legge nazionale (la 47 del 2017) al sindaco del Paese di sbarco spetta il compito di accogliere e ospitare i minori non accompagnati che, nel caso in questione, erano 20, di cui 5 risultati positivi al tampone ma asintomatici. I 20 ragazzini sono rimasti a Roccella, in isolamento fiduciario e con nessun tipo di contatto esterno.

Nel frattempo una altro gruppo di migranti maggiorenni, tra cui 13 positivi al COVID 19, sono stati portati ad Amantea, provocando rabbia in alcuni cittadini, una paura generalizzata, e la manifestazione di una violenta opposizione, spronando le autorità competenti al trasferimento dei migranti positivi al COVID 19.

A Roccella no. La comunità roccellese si è dimostrata, per l’ennesima volta, matura e sensibile a tematiche umanitarie, non dimostrando esitazione o tentennamenti.

Il sindaco, il rappresentante della comunità, a poche ore dal ricollocamento presso una struttura del Paese dei 5 ragazzini, ha compiuto un gesto che, nel momento più buio per le vicende umanitarie, anche a causa di esponenti politici che hanno costruito il proprio consenso sull’odio nei confronti dell’altro, è come luce nel buio, ha detto a chiare lettere: “Accoglierli, prima che un dovere imposto dalla legge, è un dovere morale in quanto uomini

Un messaggio di una potenza dirompente (come il sopracitato “dopo è ora”) che trasmette un valore grande: l’accoglienza come dovere umanitario. Un valore che Roccella ha voluto condividere con tutti, e, soprattutto, con i tanti giovani che la popolano. Quel DOPO a cui bisogna parlare, con cui bisogna relazionarsi ORA.

Lo chiamai il giorno seguente e lo ringraziai, a nome di tutti, per aver rappresentato, ancora una volta, la volontà della comunità. Gli dissi che quel futuro su cui tutto il movimento che ha dato vita alla sua amministrazione dal primo giorno sono certo avesse recepito il significato profondo di quella affermazione.

E così è stato. La quasi totalità della comunità giovanile di Roccella si è schierata con il suo sindaco, accanto al resto della comunità.

E con il tempo è stato chiaro come ciò che l’amministrazione comunale ha fatto deriva da un’attenta analisi della situazione, e non rappresenta una posizione ideologica, così come non è ideologico il valore che ha voluto trasmettere Roccella a tutta Italia. Quella scelta è una decisione politica e non ideologica, un connubio tra la garanzia della sicurezza della comunità cittadina e il dovere morale di accoglienza dei minori giunti nel nostro Paese.

Due giorni dopo il sindaco mi telefonò chiedendomi quale fosse il modo più veloce per garantire una connessione internet ai ragazzi orspiti. Cercammo una soluzione, ma non gli chiesi il perché. Sapevo che avere internet disponibile non poteva essere un semplice capriccio, ma che ci fosse, ancora una volta, dietro questa richiesta una vera e propria lezione di vita.

Il motivo il Sindaco lo spiegò rispondendo a una domanda di un giornalista, a cui probabilmente era arrivata la voce dell’insolita richiesta. Disse che i ragazzi avevano chiesto il Wifi perché  dovevano comunicare ai loro genitori, in Pakistan, a 6500 km di distanza, di essere vivi. Dopo 40 giorni di camminata, passando per l’Iran e giungendo in Turchia, e quasi una settimana di navigazione erano arrivati nella “terra promessa”, in Europa, e al loro arrivo avevano trovato una comunità che li aveva accolti e accuditi, senza discriminarli in alcun modo.

La straordinarietà (intesa come sovra-ordinarietà) del gesto della comunità roccellese sta nella sua normalità. Un comportamento che ogni cittadina, davanti a casi simili, deve riproporre: la sicurezza sanitaria, la sicurezza civile e doveri umanitari possono e debbono stare insieme senza alcun sacrificio.

Perché, citando Kant: prima di essere cittadini di uno Stato, siamo cittadini del mondo.